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Crescita personale: da dove cominciare quando continui a ripetere gli stessi schemi

Da dove cominciare quando riconosci uno schema ma continui a ripeterlo: esperienza concreta, quattro porte Sielan e piccoli margini di scelta.

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A volte si arriva alla crescita personale con una frase semplice: «Vorrei cambiare». Poi, appena proviamo a capire da dove cominciare, quella frase si riempie di richieste. Vorremmo avere più sicurezza, più calma, meno impulsività. Vorremmo mettere confini migliori, smettere di compiacere, fidarci di più di ciò che sentiamo. In pochi minuti il desiderio di stare meglio si trasforma in un lungo elenco di cose che non vanno.

È proprio qui che può servire fermarsi. Crescere non vuol dire costruire una versione impeccabile di sé. Vuol dire diventare abbastanza presenti da riconoscere ciò che facciamo mentre lo stiamo facendo, comprendere a che cosa ci è servito e scoprire se, oggi, abbiamo un’altra possibilità.

Da dove si comincia, allora? Di solito da qualcosa di molto meno solenne di una grande decisione. Da una conversazione in cui ci siamo sentiti di nuovo senza voce. Da un sì pronunciato mentre il corpo si tirava indietro. Da una critica che ci ha occupato la mente per ore. Da quella fretta con cui prendiamo in mano tutto, anche quando nessuno ce lo ha chiesto.

La crescita personale entra nella vita attraverso queste scene. Se resta soltanto un’idea, può affascinarci, ma cambia poco. Quando invece incontra un episodio preciso, comincia a mostrarci il punto in cui esperienza, significato e risposta si legano tra loro.

Quando migliorarsi diventa un altro modo per criticarsi

Capita di leggere molto, seguire corsi, ascoltare spiegazioni e riconoscersi in quasi tutto. Per un momento sentiamo che qualcuno ha compreso ciò che viviamo. Poco dopo può arrivare una domanda più dura: «Se ormai so perché reagisco così, perché lo faccio ancora?».

Questa domanda nasce spesso da una confusione. Pensiamo che capire debba produrre subito un comportamento nuovo. Se ciò non accade, leggiamo la difficoltà come pigrizia, incoerenza o mancanza di evoluzione. E così anche la crescita personale diventa un esame da superare.

Immagina una persona che, durante una riunione, riceve una proposta che aggiungerebbe altro lavoro a una giornata già piena. Sente le spalle irrigidirsi, ma risponde quasi subito: «Va bene, ci penso io». Tornando a casa prova rabbia verso gli altri e poi verso di sé, perché si era ripromessa di imparare a dire no.

Che cosa le manca davvero? Forse non un’altra spiegazione sui confini. Potrebbe mancarle la possibilità di restare qualche secondo nel disagio che nasce prima del sì: il timore di deludere, l’immagine di sé come persona affidabile, la tensione nel petto, l’urgenza di chiudere rapidamente la scena. Il vecchio gesto arriva veloce perché tiene insieme molte cose.

Una domanda più utile sarebbe: «In quale punto preciso perdo la possibilità di scegliere?». Non ci accusa e non ci assolve. Ci avvicina al funzionamento reale della situazione.

Perché continuiamo a ripetere ciò che abbiamo già capito

Gli schemi comportamentali raramente sono semplici errori di ragionamento. Si sono formati dentro relazioni, abitudini, paure, tentativi di proteggerci e modi di ottenere vicinanza o sicurezza. Alcuni sono diventati così familiari da sembrare carattere: «Questo è il mio modo di essere», «Devo essere sempre la persona forte», «Io evito i conflitti».

Il legame tra esperienza e modificazione del comportamento è centrale anche nello studio psicologico dell'apprendimento. Per un riferimento generale in italiano puoi consultare Treccani, Apprendimento — Enciclopedia delle scienze sociali.

Dietro una reazione che oggi ci limita può esserci stata una buona ragione. Anticipare i bisogni degli altri forse aiutava a mantenere un clima tranquillo. Fare tutto senza chiedere aiuto evitava il rischio di dipendere da qualcuno. Spiegarsi a lungo poteva essere un tentativo di evitare incomprensioni. Ritirarsi permetteva di attraversare situazioni troppo intense.

Vedere la funzione di una risposta cambia il tono del lavoro. Invece di domandarci come eliminarla, possiamo chiederci: «Che cosa sta cercando di proteggere? E questa protezione è ancora adatta alla situazione di oggi?».

A volte la risposta continua ad avere senso. Se una persona oltrepassa ripetutamente un confine, prendere distanza può essere una scelta lucida. In altri casi, invece, il presente viene letto attraverso una regola antica. Una richiesta diventa subito un obbligo. Un disaccordo sembra una rottura. Un errore appare come prova del proprio scarso valore.

La consapevolezza serve a distinguere. Non rende ogni difficoltà «un nostro schema» e non ci chiede di adattarci a tutto. Ci aiuta a vedere che cosa appartiene alla situazione, che cosa si attiva dentro di noi e quale risposta ci tutela senza riportarci automaticamente nello stesso copione.

Donna che riordina con calma una tavola scegliendo un gesto alla volta
Una scelta nuova spesso entra nella giornata attraverso un gesto piccolo, ripetibile e abbastanza vicino alla vita reale.

Partire da una scena, non da un giudizio su di sé

Dire «mi manca sicurezza» racconta pochissimo. In quali momenti compare l’insicurezza? Con chi? Che cosa accade subito prima? Come cambia il corpo? Che cosa fai per ridurre quel disagio?

Potresti avere piena fiducia mentre organizzi un’attività e perderla improvvisamente quando qualcuno mette in dubbio una tua decisione. Oppure parlare con chiarezza con gli amici e bloccarti davanti a una figura autorevole. La parola generale resta la stessa, ma l’esperienza cambia.

Per questo, nel lavoro Sielan, preferisco partire da una scena concreta. Una collega interrompe più volte mentre stai parlando. All’inizio sorridi e lasci correre. Poi rinunci a finire la frase. Più tardi ripensi alla conversazione e senti salire la rabbia. La scena contiene già molte informazioni: il comportamento dell’altra persona, la tua prima reazione, il modo in cui il confine scompare e l’emozione che arriva dopo.

Se la raccontiamo dicendo soltanto «non so farmi rispettare», perdiamo proprio il punto in cui qualcosa potrebbe cambiare. Forse il primo passo è concludere la frase. Forse è dire con calma: «Aspetta, vorrei finire». Forse è riconoscere che quella relazione richiede un confronto più esplicito. Il passo nasce dalla scena, non da un’etichetta.

Le quattro porte del Metodo Sielan

Quando una scena continua a tornare, possiamo avvicinarla da più punti. Nel Metodo Sielan uso quattro porte. Non sono passaggi obbligatori e non occorre attraversarle tutte nello stesso momento. Sono modi diversi di entrare nella stessa esperienza.

Il corpo mostra spesso l’inizio della reazione: la mascella si stringe, il respiro diventa corto, le mani accelerano, lo stomaco si chiude. Accorgersene non fornisce automaticamente una spiegazione, ma ci avvisa che qualcosa sta chiedendo attenzione.

La relazione riporta lo sguardo a ciò che avviene tra noi e l’altra persona. Che cosa sta facendo davvero? Che cosa faccio io? Quale posizione assumiamo, quasi senza accorgercene? Qui possiamo distinguere una sensibilità personale da un comportamento altrui che richiede un limite.

La narrazione interiore riguarda le frasi che costruiscono rapidamente il senso della scena: «Se rifiuto, penseranno che sono egoista», «Devo dimostrare che sono capace», «È meglio non creare problemi». Queste frasi sembrano descrivere la realtà, ma spesso contengono una regola imparata.

Il simbolo apre un linguaggio diverso. Può emergere attraverso un’immagine, un sogno, un gesto creativo oppure, nel mio lavoro, attraverso il Jyotish. Il simbolo non decide chi siamo. Può aiutarci a riconoscere un tema e a guardarlo da una distanza nuova.

Le quattro porte riportano la crescita personale alla sua concretezza. Non chiedono: «Qual è la versione migliore di me?». Chiedono: «Che cosa sta accadendo qui, e quale risposta può rappresentarmi un po’ di più?».

Il cambiamento ha bisogno di un passo abbastanza piccolo

Quando ci stanchiamo di ripetere una dinamica, vorremmo chiuderla una volta per tutte. È comprensibile. Ma una decisione enorme spesso non regge il primo momento di pressione. Un passo piccolo, invece, può essere provato, osservato e corretto.

Se tendi a occuparti subito di ogni problema familiare, il primo passo potrebbe essere chiedere: «Vuoi che ti ascolti o vuoi che cerchiamo una soluzione?». Se in una discussione alzi la voce appena hai la sensazione che le tue parole non arrivino, potresti imparare a riconoscere il calore che sale prima che il tono cambi. Se eviti di esprimere un disaccordo, potresti cominciare da una frase breve: «Io la vedo diversamente».

Sembrano gesti modesti, e proprio per questo possono entrare nella vita. Ogni volta che una risposta nuova compare, anche in modo imperfetto, il repertorio si allarga. La vecchia reazione può tornare, ma non è più l’unica strada disponibile.

La verifica avviene nell’esperienza. Dopo aver provato qualcosa di diverso, che cosa è successo? Il timore immaginato si è realizzato? Il confine ha reso la relazione più chiara? Hai scoperto che serviva più preparazione, oppure più sostegno? Crescere comprende anche questo ritorno alla realtà, senza trasformarlo in un premio o in una punizione.

Risorse gratuite

Porta l’osservazione dentro una scena concreta

Puoi usare la scheda quando desideri ricostruire una reazione già accaduta. La guida corporea, invece, accompagna con più gradualità il riconoscimento di sensazioni, emozioni e impulsi. Entrambi i PDF possono essere compilati al computer oppure stampati.

Quando è utile farsi accompagnare

Alcuni passaggi maturano attraverso l’osservazione personale. Altri diventano più leggibili dentro una relazione di accompagnamento, soprattutto quando lo schema si attiva proprio nel contatto con gli altri o quando ogni tentativo di cambiare finisce nello stesso punto.

Un percorso di crescita personale può offrire uno spazio in cui raccontare le scene con più precisione, ascoltare il corpo, riconoscere le regole interiori e sperimentare risposte nuove senza dover dimostrare nulla. Il counseling lavora sulle difficoltà e sulle possibilità presenti; non sostituisce un intervento psicologico o psicoterapeutico quando c’è una sofferenza clinica che richiede quelle competenze.

Forse la domanda iniziale, allora, cambia forma. Non più «come posso diventare finalmente una persona diversa?», ma «dove posso incontrarmi mentre ripeto ciò che conosco, e che cosa diventa possibile se resto presente un poco più a lungo?».

Da qui puoi continuare con la pagina sulla consapevolezza di sé, approfondire le reazioni automatiche e gli schemi comportamentali oppure conoscere il percorso individuale Sielan.

Elena Ovcharkina, fondatrice del progetto Sielan

Chi accompagna il percorso

Sono Elena Ovcharkina.

Sono educatrice, counselor gestaltica, arteterapeuta e astrologa vedica. Nel progetto Sielan accompagno le persone a osservare reazioni automatiche, schemi relazionali e modi abituali di proteggersi che, nel tempo, possono restringere lo spazio della scelta.

Integro ascolto del corpo, counseling gestaltico, linguaggi creativi e Jyotish. Il punto di partenza rimane l’esperienza concreta: che cosa accade, che cosa senti e quale risposta prende forma prima ancora che tu possa accorgertene.

C’è uno schema che continua a ripetersi?

Nel percorso individuale possiamo osservarlo a partire dalle situazioni reali che stai vivendo.

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