Ci sono momenti in cui continui a fare ciò che serve, ma nelle decisioni quotidiane ti accorgi che correggerti è diventato più immediato che ascoltarti. Tornare dalla propria parte non vuol dire darsi sempre ragione: vuol dire ricostruire un'alleanza abbastanza solida da poter vedere ciò che senti, ciò che accade e ciò che scegli senza metterti automaticamente contro di te.
Stare dalla propria parte non vuol dire darsi sempre ragione
L'espressione può sembrare un invito a seguire ogni impulso. Non è questo. Posso essere dalla mia parte e accorgermi di aver sbagliato, cambiare idea, chiedere scusa o riconoscere che una mia reazione ha ferito qualcuno.
L'alleanza con sé riguarda piuttosto il modo in cui resto presente mentre guardo ciò che è successo. Se ogni errore diventa la prova che «non posso fidarmi di me», l'osservazione si trasforma rapidamente in condanna. Se invece riesco a distinguere il comportamento dalla mia identità, posso assumermi responsabilità senza ridurmi a quell'errore.
Essere dalla propria parte vuol dire guardarsi con onestà senza diventare il proprio avversario interiore.
Come si perde l'alleanza con sé
Non esiste una causa unica. A volte il movimento appare nelle relazioni: dici sì mentre avresti bisogno di tempo, minimizzi qualcosa che ti ha fatto male, cerchi conferme prima di ascoltare la tua posizione. Altre volte compare nel rapporto con le aspettative: ogni esitazione sembra incompetenza, ogni limite una mancanza.
Questi comportamenti possono avere storie diverse. Alcuni sono adattamenti appresi, altri risposte a una situazione attuale, altri ancora semplici abitudini consolidate. Non è necessario attribuire automaticamente tutto all'infanzia o a una ferita nascosta. Prima viene l'osservazione di ciò che accade oggi.
È importante anche non usare il lavoro interiore per cancellare la realtà della relazione. Se qualcuno svaluta, manipola, minaccia o oltrepassa ripetutamente un confine, la domanda non è soltanto «perché mi attiva?». Anche il comportamento dell'altra persona deve essere guardato per ciò che è.

Fiducia: non certezza, ma possibilità di verificarsi
Fidarsi di sé non richiede di sapere sempre cosa fare. Una fiducia più realistica contiene anche il dubbio: posso non avere una risposta immediata e continuare a riconoscere valore alla mia esperienza.
La fiducia cresce anche attraverso verifiche concrete. Prendo una decisione piccola, osservo cosa produce, correggo la rotta. Dico un no e vedo cosa succede. Chiedo tempo invece di rispondere subito. Riconosco un bisogno e valuto se può essere soddisfatto e in quale modo. In questo senso l'autonomia non è isolamento: comprende anche la capacità di chiedere informazioni, confronto o aiuto quando servono.
Il concetto di fiducia comprende anche una dimensione rivolta verso di sé. Per un riferimento italiano puoi leggere Treccani, Fiducia — Enciclopedia delle scienze sociali.
Il corpo come informazione, non come verdetto
Nel lavoro fenomenologico il corpo è una porta importante perché rende osservabile l'esperienza presente: tensione alla mandibola, respiro corto, calore, peso allo stomaco, desiderio di allontanarsi. Ma una sensazione non dimostra da sola che una scelta sia giusta o sbagliata.
La stessa tensione può accompagnare paura, rabbia, eccitazione, stanchezza o una situazione realmente poco sicura. Per questo preferisco una domanda più precisa di «che cosa mi sta dicendo il corpo?»:
Che cosa noto nel corpo, in quale situazione compare e che cosa succede se resto qualche istante con questa esperienza senza interpretarla subito?
Anche il respiro può essere un appoggio, non una formula. Se è confortevole, puoi lasciare che l'espirazione diventi un poco più lenta e osservare cosa cambia. Se una pratica respiratoria aumenta disagio o vertigini, non è necessario insistere.

Dal momento concreto alla scelta: MIPI
Nel Metodo Sielan uso MIPI per non fermarmi alla spiegazione generale e riportare l'attenzione a una scena precisa.
Manifestazione. Che cosa è successo, osservabile? Quali parole, gesti o fatti posso descrivere senza aggiungere subito interpretazioni?
Identificazione. Che cosa noto in me: emozione, sensazione, impulso, bisogno, pensiero?
Programma interiore. Quale significato si attiva? «Se dico no deluderò tutti», «devo avere ogni certezza prima di scegliere», «se l'altro è distante ho fatto qualcosa di sbagliato».
Integrazione. Tenendo insieme fatto, esperienza e contesto, quale risposta è possibile adesso? Non la risposta perfetta: quella abbastanza consapevole da poter essere scelta e poi verificata.
Il passaggio decisivo è qui: il programma interiore non viene trattato come una verità nascosta da scoprire, ma come un'ipotesi da riconoscere e confrontare con il presente.
Le quattro porte Sielan
Quando il tema è «tornare dalla mia parte», le quattro porte aiutano a non ridurre tutto al dialogo mentale.
- Corpo: cosa noto fisicamente prima, durante e dopo una scelta?
- Relazione: che cosa sta realmente accadendo tra me e l'altra persona? Dove mi adatto, dove chiedo, dove metto un confine?
- Narrazione interiore: quali frasi trasformano un episodio in un giudizio su di me?
- Simbolo: quale immagine, gesto creativo, sogno o linguaggio simbolico mi permette di vedere l'esperienza da un'altra prospettiva?
Non tutte le porte devono essere aperte insieme. A volte basta accorgersi che una frase interna è diventata più assoluta dei fatti.
E il Jyotish?
Nel mio lavoro il Jyotish può entrare come una delle forme del simbolo. Una carta natale può offrire un linguaggio per esplorare temi come sensibilità, bisogno di riconoscimento, controllo, autonomia o relazione. Non può stabilire da sola perché una persona abbia perso fiducia in sé, né diagnosticare uno schema psicologico.
Anche quando considero la Luna come significatore di manas, o osservo Saturno, Rahu, Ketu e le case relazionali, la lettura richiede l'insieme della carta e resta distinta dall'osservazione psicologica. Il simbolo può aprire domande; non sostituisce i fatti della vita presente.
Una pratica: dalla frase automatica a un gesto verificabile
Scegli una scena recente in cui hai sentito di esserti messa contro di te. Non cercare l'episodio più doloroso: ne basta uno quotidiano.
- Scrivi il fatto in due o tre righe, evitando parole come «sempre», «mai», «ovviamente».
- Completa: «In quel momento ho notato…» e descrivi sensazioni, emozioni e impulso.
- Completa: «La frase che mi sono detta è stata…».
- Chiediti: «Quale parte di questa frase è un fatto e quale è una conclusione?»
- Scegli un gesto piccolo e osservabile: chiedere tempo, fare una domanda, dire un no, correggere un errore, chiedere aiuto, riposare prima di decidere.
Dopo, non domandarti soltanto se ti sei sentita meglio. Guarda cosa è realmente cambiato nella situazione e nella relazione. È così che la fiducia smette di essere un'affermazione e diventa esperienza.
Se riconosci che il punto non è soltanto capire cosa fai, ma osservare come una risposta diventa automatica, puoi continuare con Perché capire uno schema non basta.
